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| Hofstadter
delinea il quadro epistemologico della Visibilità
Dall'Indice
analitico di Tra il cristallo e la fiamma:
Hofstadter Douglas; 31; 47-48;
52; 172; 192; 223; 226-227; 232; 291-292; 336; 338; 340-342; 344;
347-348; 374; 376-378; 386; 389; 395; 407-410; 415-420; 424; 440;
445; 452; 460-466; 468; 471; 476-478; 480; 481; 484; 490; 502; 505;
514; 549; 582
- Gödel, Escher, Bach ; 31; 46;
172; 222; 227; 232; 265; 276; 318; 341; 348; 407; 414; 418; 465;
473; 474; 476; 542; 547
intelligenza artificiale; 37; 52; 172; 276; 300;
318; 324; 336; 337; 340; 342; 348; 415; 417; 418; 424; 452; 460;
466 |
Douglas R. Hofstadter
(1945), studioso delle strutture e dei processi mentali o meglio di hardware
e software dell'intelligenza.
Ha
insegnato al Computer Science Departement della Indiana University e poi
al Psychology Departement della University of Michigan ad Ann Arbor.
Con il filosofo Daniel C. Dennett ha pubblicato nel
1981 L'io della mente, un'indagine sulla coscienza alla ricerca
di ciò che distingue un'operazione cosciente dalla stessa operazione
compiuta con procedimenti automatici.
Il nome di Hofstadter, tuttavia, è legato a Gödel,
Escher, Bach: un'Eterna Ghirlanda Brillante, un «volumone sfaccettato
e poliedrico», 1688, che esplora i processi cerebrali e le prospettive
dell'intelligenza artificiale.
Il sistema di Hofstadter fa da supporto epistemologico
alla Visibilità.
Gödel,
Escher, Bach
| Ortotteri
È l'ordine degli insetti saltatori:
le cavallette, i grilli, le locuste, le mantidi... |
| Fuga
Forma musicale contrappuntistica tra le
più complesse e importanti della polifonia occidentale. |
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Maurits
Cornelis Escher (1898-1971) grafico olandese autore di disegni,
spesso ispirati a paradossi, illusioni, doppi sensi, tra
i più stimolanti di tutti i tempi. |
| Bach
Johann Sebastian Bach (1685-1750) compositore
e organista tedesco. |
| Gödel
Kurt Gödel (1906-1978) logico e matematico
statunitense di origine ceca. |
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Gödel, Escher,
Bach: un'Eterna Ghirlanda Brillante:
è il misterioso titolo del libro con cui Hofstadter
attraversa l'impenetrabile mondo della mente e del cervello, alla ricerca
di una chiave per l'intelligenza artificiale.
È un'opera corposa e complessa, che si addentra
nella dimensione dei sistemi formali con il rigore dello specialista
e la competenza dello studioso di altissimo livello.
È un libro di non facile lettura, ma estremamente
affascinante che sa catturare l'attenzione anche del profano per accompagnarlo
con garbo nei meandri del teorema di Gödel,
facendolo passare sulle fughe
di Bach
e nelle litografie di Escher.
Certamente il non specialista incontrerà difficoltà
nel seguire fino in fondo le dimostrazioni; ma non importa: il libro
non perde il suo gusto perché si svolge con gli stessi meccanismi
del cervello che vuole studiare ossia per livelli e ogni mente curiosa
può trovare il percorso adeguato alla sua formazione.
Si diceva che il libro si muove nell'ambito della
logica e dei sistemi formali, ma ogni tornante di questa ascesa verso
i segreti della mente apre prospettive filosofiche di primario rilievo
che Hofstadter tocca con discrezione, senza quella presunzione tipica
di chi è convinto di possedere la verità.
Vien voglia di parafrasare quanto Queneau scriveva
in uno dei suoi omaggi a scrittori non canonici a proposito di un libro
sui costumi degli ortotteri,
Vie des sauterelles
di L. Chopard.
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Insomma, c'è
il seme per molte meditazioni: e se i filosofi, in queste duemila
e varie centinaia di anni da quando esistono, avessero, con l'aiuto
di una scienza esatta, riflettuto sugli animali invece di fantasticare
sull'anima, forse i loro scritti avrebbero acquistato un valore
umano efficace. (R. Queneau, Segni,
cifre e lettere, p. 279) |
Intendiamo dire che
i segreti dell'anima possono essere resi accessibili, più che dalla
sicumera di tanti sistemi
filosofici, da un libro come questo, «dove i fondamenti della logica,
della matematica, della scienza, della stessa realtà della natura
si rifrangono nel cristallo d'un'ironia intrinseca alla costituzione dell'universo».
(I. Calvino, Saggi, II, p. 1688)
Ricorsività
«L'annidarsi di cose entro cose
e le sue variazioni».
«(Un racconto all'interno di un racconto [come le
Mille e una notte], una commedia nella commedia
[come nell'Amleto], un quadro dentro un quadro,
scatole cinesi dentro scatole cinesi (perfino commenti
tra parentesi all'interno di commenti tra parentesi!):
tutto ciò dà solo una piccola idea del concetto
di ricorsività)».
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| Neurone
L'unità elementare
del sistema nervoso.
Hofstadter - nella sua metafora del cervello come formicaio
- definisce i neuroni le «formiche» del sistema
nervoso. |
| Isomorfismo
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Si
parla di “isomorfismo” quando due strutture
complesse si possono applicare l'una sull'altra, cioè
far corrispondere l'una all'altra, in modo tale che
per ogni parte di una delle strutture ci sia una parte
corrispondente nell'altra struttura; in questo contesto
diciamo che due parti sono “corrispondenti”
se hanno un ruolo simile nelle rispettive strutture.
Cfr. Linguaggi formalizzati |
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Il cuore dell'Intelligenza
Artificiale |
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I calcolatori
sono per loro intrinseca natura gli esseri più rigidi, privi
di desideri e ubbidienti che ci siano. Per quanto veloci possano
essere, sono tuttavia l'essenza stessa della inconsapevolezza. Come
può allora essere programmato un comportamento intelligente?
Non è questa la più appariscente delle contraddizioni
in termini? (D. R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach,
p. 28.) |
Hofstadter non ne è
affatto convinto e nelle oltre ottocento pagine di Gödel, Escher,
Bach vuole dimostrare che anche l'intelligenza poggia su uno zoccolo
inconsapevole e che l'intelligenza artificiale dunque non è una
chimera.
| Epifenomeno
Manifestazione accessoria, risultante
dall'organizzazione complessiva del sistema, non riconducibile
a un luogo fisico determinato.
«Una caratteristica del cervello umano è la credulità.
Esiste forse nel cervello un “centro della credulità”
in cui è situata la credulità?». (Hofstadter) |
Attraverso un percorso cristallino,
anche se arduo, che trova nell'isomorfismo
tra mente ei sistemi formali il punto di forza, l'autore giunge a convincenti
ipotesi sul funzionamento della mente.
In sostanza
cervello e mente sono l'hardware e il software del comportamento intelligente:
dai miliardi di neuroni
della massa cerebrale, attraverso un intricato sistema formale organizzato
in un «grandissimo numero di regole e di livelli di regole diversi»
(Ivi, p. 28) scaturisce la flessibilità dell'intelligenza.
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Da dove «piovono»
le immagini nella fantasia? Dante aveva giustamente un
alto concetto di se stesso, tanto da non farsi scrupolo
di proclamare la diretta ispirazione divina delle sue
visioni. (I. Calvino, Lezioni americane, p. 86) |
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Lo spiritus phantasticus secondo
Giordano Bruno è «mundus quidem et sinus
inexplebilis formarum et specierum» (un mondo o
un golfo, mai saturabile, di forme e d’immagini).
(I. Calvino, Lezioni americane, p. 91) |
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| Libero arbitrio
La libertà del volere umano.
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E sullo sfondo dell'analogia dei meccanismi
biologici elementari con i sistemi formali, Hofstadter
ipotizza il funzionamento del sistema mentale come un complesso sistema
formale organizzato in modo ricorsivo.
Dunque la volontà, la creatività, il libero
arbitrio, la coscienza sono epifenomeni
di un hardware cellulare profondo e di un sistema formale soggiaciente
alla percezione che gira
non diversamente dal determinismo del calcolatore. Noi percepiamo solo
i livelli elevati di questo sistema. Dalla possibilità di poterci
identificare con una loro descrizione scaturisce il senso della coscienza
e del libero arbitrio.
(Oppure, attraverso una proiezione extrapersonale di
tale possibilità, scaturisce l'attribuzione delle funzioni mentali
di alto livello a un'Entità superiore - sia essa il Dio
delle immagini dantesche poste sul portale della Visibilità
o l'anima del mondo che alimenta il sinus di Giordano
Bruno.)
II simbolo
del sé e il libero arbitrio
| Prigogine
Ilya Prigogine (1917)
chimico belga di origine russa. |
| Simbolo
L'unità minima
di informazione, capace di attivare un sottosistema che
la elabora. |
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Dicevamo, presentando Gödel,
Escher, Bach, che le prospettive tracciate da Hofstadter nel campo
della logica e dei sistemi formali implicano rilevanti ripercussioni
filosofiche, come peraltro è successo per le scoperte di Monod
nella biologia e di Prigogine
nella chimica.
Tra queste assume un particolare rilievo la questione
del libero arbitrio, dal cui
contesto Calvino estrae la citazione riportata nella Visibilità
a proposito delle immagini della fantasia.
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Nel
Capitolo XII era stata suggerita l'idea che ciò che chiamiamo
libero arbitrio sia il risultato dell'interazione tra il simbolo
(o sottosistema) del sé e gli altri simboli del cervello.
Se accettiamo l'idea che i simboli siano le entità di alto
livello alle quali si dovrebbero attribuire i significati, allora
possiamo tentare il colpo di spiegare la relazione tra simboli,
simbolo del sé e libero arbitrio.
Un modo per gettare un po' di luce sul problema
del libero arbitrio può essere quello di esaminare al suo
posto ciò che io credo sia un problema equivalente, ma
che richiede l'uso di termini meno pregnanti. Invece di chiedere:
“II sistema X è dotato di libero arbitrio?”,
chiediamo: “II sistema X compie delle scelte?”, cercando
di stabilire con cura che cosa intendiamo realmente quando decidiamo
di descrivere un sistema, meccanico o biologico che sia, come
capace di compiere delle “scelte”. Sarà utile
esaminare da questo punto di vista alcuni sistemi differenti che,
in varie circostanze saremmo tentati di descrivere come capaci
di compiere scelte. A partire da questi esempi potremo imparare
qualcosa su ciò che vogliamo realmente dire con questa
espressione.
Prendiamo come paradigmi i seguenti sistemi:
una pallina che rotola lungo una collina sassosa, un calcolatore
tascabile che trova cifre successive dell'espansione decimale
della radice quadrata di due; un programma complesso che gioca
discretamente a scacchi; un robot in un labirinto a T (un labirinto
con una sola biforcazione, in un lato della quale vi è
un premio); e un essere umano di fronte a un complicato dilemma.
Prima di tutto, che cosa possiamo dire della
pallina che rotola giù per la collina? Compie delle scelte?
Credo che diremmo tutti di no, anche se nessuno di noi è
in grado di prevedere il suo tragitto neanche per una distanza
molto breve. Abbiamo la sensazione che non potrebbe percorrere
una strada diversa da quella che percorre e che è semplicemente
spinta avanti dalle inesorabili leggi della natura. Naturalmente,
nella nostra fisica mentale aggregata, possiamo immaginare molti
cammini “possibili” per la pallina e vediamo che nel
mondo reale essa ne segue solo uno. A un qualche livello della
nostra mente, quindi, non possiamo fare a meno di pensare che
la pallina ha “scelto” un singolo cammino tra la miriade
di quelli mentalmente possibili; ma a un qualche altro livello
della nostra mente sentiamo istintivamente che la fisica mentale
è solo un ausilio per la costruzione al nostro interno
di modelli del mondo e che i meccanismi che fanno avvenire le
sequenze fisiche reali di eventi non richiedono che la natura
passi attraverso un processo analogo, per cui prima si fabbricano
tutte le possibili varianti in qualche universo ipotetico (il
“cervello di Dio”) e poi si sceglie tra di esse. Così
non definiremo questo processo una scelta, anche se riconosciamo
che, da un punto di vista pragmatico, in casi come questo è
spesso utile usare tale termine in virtù del suo potere
evocativo. E che dire del calcolatore programmato a calcolare
le cifre della radice quadrata di due? Che dire del programma
che gioca a scacchi? In questi casi potremmo dire che abbiamo
a che fare con “palline immaginarie” che rotolano
lungo “colline immaginarie”. In realtà, i motivi
per dire che non vengono effettuate scelte sono qui, se possibile,
più forti che nel caso della pallina. Infatti, se si cerca
di ripetere l'esperimento della pallina, si osserverà senza
dubbio un percorso totalmente diverso, mentre se si fa andare
di nuovo il programma per la radice quadrata di due si otterrà
sempre lo stesso risultato. La pallina sembra “scegliere”
ogni volta un percorso diverso, per quanto si cerchino di riprodurre
le precise condizioni della sua prima discesa, mentre il programma
ogni volta gira esattamente nello stesso modo. Nel caso dei programmi
che giocano a scacchi, invece, vi sono varie possibilità.
Con certi programmi, se si gioca prima una partita e poi se ne
comincia una seconda facendo le stesse mosse della prima, questi
programmi muoveranno esattamente nello stesso modo, dando l'impressione
di non avere imparato niente e di non avere alcun desiderio di
varietà. Vi sono altri programmi che hanno elementi aleatori,
i quali conferiranno un po' di varietà al gioco, ma senza
che si manifesti alcun intento profondo. Tali programmi possono
essere riazzerati, riportando il generatore interno di numeri
casuali nella sua posizione iniziale; in questo caso si ripeterebbe
ancora esattamente lo stesso gioco. Vi sono poi i programmi che
imparano dai loro errori e cambiano la loro strategia a seconda
dell'esito di una partita. Tali programmi non giocherebbero la
stessa partita due volte di seguito. Naturalmente, si potrebbero
riportare indietro le lancette dell'orologio, cioè si potrebbero
cancellare tutti i cambiamenti che ci sono stati nella memoria
e che rappresentano l'apprendimento, così come si può
azzerare il generatore di numeri casuali; ma questo non mi sembrerebbe
un gesto cortese. E oltre tutto, esiste forse qualche motivo per
supporre che noi saremmo in grado di cambiare qualcuna delle nostre
decisioni passate se ogni minimo dettaglio della situazione, compreso
naturalmente il nostro cervello, fosse riportato nelle stesse
identiche condizioni in cui si trovava la prima volta?
Ma torniamo al problema se sia o no applicabile
qui il termine “scelta”. Se i programmi non sono nient'altro
che “palline immaginarie che rotolano lungo colline immaginarie”,
compiono scelte o no? Naturalmente la risposta non può
che essere soggettiva, ma direi che in questo caso valgono più
o meno le stesse considerazioni fatte per la pallina. Tuttavia
vorrei aggiungere che la motivazione ad usare la parola “scelta”,
sia pure solo come abbreviazione comoda ed evocativa, diventa
molto forte. II fatto che un programma che gioca a scacchi esamini
in precedenza i vari possibili percorsi che si biforcano, proprio
al contrario della pallina che rotola, lo rende molto più
simile a un essere animato di un programma che calcola la radice
quadrata di due. Tuttavia non c'è ancora qui nessuna profonda
autoconsapevolezza e nessun senso di libero arbitrio.
Immaginiamo infine un robot che ha un repertorio
di simboli. Questo robot è messo in un labirinto a T; tuttavia,
invece di andare alla ricerca del premio, è preprogrammato
ad andare a sinistra ogni qualvolta la cifra successiva della
radice quadrata di 2 è pari, e a destra ogni qualvolta
è dispari. Ora questo robot è in grado di costruirsi
nei suoi simboli un modello della situazione, cosicché
può osservarsi mentre compie delle scelte. Se ogni volta
che il robot si avvicina al T gli si chiedesse: “Sai in
che modo girerai questa volta?”, dovrebbe rispondere “No”.
Per procedere dovrebbe attivare la sua subroutine per la decisione,
la quale calcolerebbe la cifra successiva della radice quadrata
di due e la decisione sarebbe presa. Tuttavia il meccanismo interno
della subroutine di decisione è sconosciuto al robot: esso
è rappresentato nei simboli del robot semplicemente come
una scatola nera che decide “sinistra” o “destra”
mediante qualche regola misteriosa e apparentemente casuale. A
meno che i simboli del robot non siano in grado di rilevare il
battito nascosto della radice quadrata di due che fornisce gli
S e i D, esso rimarrà sconcertato dalle “scelte”
che sta facendo. Ora un tale robot compie delle scelte? Mettiamoci
nei suoi panni. Se fossimo intrappolati dentro una pallina che
rotola lungo una collina, senza alcun potere di modificarne il
cammino e tuttavia in grado di osservarlo con tutta la nostra
intelligenza umana, avremmo la sensazione che il cammino seguito
dalla pallina abbia richiesto delle scelte? Naturalmente no. Se
la nostra mente non influenza l'esito degli avvenimenti non ha
alcuna importanza che siano presenti o meno dei simboli.
Modifichiamo ora il nostro robot: permettiamo
ai suoi simboli, compreso il suo simbolo del sé, di influenzare
la decisione che viene presa. Abbiamo allora un programma che
gira pienamente determinato dalle leggi fisiche, e che però
sembra avvicinarsi all'essenza della scelta molto più profondamente
di quanto non abbiano fatto gli esempi precedenti. Quando il concetto
aggregato del sé entra in scena, cominciamo a identificarci
con il robot, perché vi troviamo una somiglianza con il
tipo di cose che facciamo noi. Non è più come il
calcolo della radice quadrata di due, in cui nessun simbolo sembra
controllare la decisione presa. Senza dubbio, se si osservasse
il programma del robot a un livello molto locale, si troverebbe
che esso è estremamente simile al programma che calcola
la radice quadrata. Si esegue un passo dopo l'altro e alla fine
l'esito è “destra” o “sinistra”.
Ma ad alto livello possiamo osservare il fatto che vengono usati
dei simboli per fare un modello della situazione e per influenzare
la decisione. Questo altera radicalmente il nostro modo di considerare
il programma. A questo stadio, è entrato in scena il significato:
lo stesso genere di significato di quello che manipoliamo con
la nostra mente. |
| Un
vortice di Gödel dove tutti i livelli s'intersecano
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Ora,
se al robot qualche agente esterno suggerisce “S”
come prossima scelta, il suggerimento verrà preso e incanalato
nella massa turbinante dei simboli interagenti. Là sarà
risucchiato inesorabilmente fino ad interagire con il simbolo
del sé, come un battello che è attirato in un gorgo.
Questo è il vortice del sistema, in cui tutti i livelli
s'intersecano. Qui “S” incontra una Gerarchia Aggrovigliata
di simboli ed è trasportato su e giù attraverso
i livelli. Il simbolo del sé non è in grado di controllare
tutti i suoi processi interni e così, quando emerge la
decisione effettiva (“S”, “D” o qualcosa
di esterno al sistema), il sistema non sarà in grado di
dire da dove provenga. A differenza di un normale programma per
giocare a scacchi che non controlla se stesso e di conseguenza
non ha la minima idea di come vengano decise le sue mosse, questo
programma controlla se stesso e ha idee riguardo alle sue idee,
ma non può controllare i suoi processi in tutti i suoi
minimi particolari. e quindi ha una sorta di senso intuitivo del
suo modo di procedere, ma non ne ha una piena comprensione. Da
questa situazione di equilibrio tra conoscenza di sé ed
ignoranza di sé proviene la sensazione del libero arbitrio.
| Si tratta del
passaggio citato da Calvino nella Visibilità. |
Si
pensi, ad esempio, a uno scrittore che sta cercando di esprimere
certe idee che possiede sotto forma di immagini mentali. Egli
non è del tutto sicuro di come queste immagini si armonizzino
l'una con l'altra nella sua mente e sperimenta, esprimendo le
cose prima in un modo, poi in un altro; infine si ferma su una
particolare versione. Ma egli sa da dove tutto ciò proviene?
Solo vagamente. La maggior parte della sua fonte, come un iceberg,
è immersa profondamente sott'acqua, non visibile, ed egli
lo
sa. Oppure si pensi a un programma per comporre musica
(ne abbiamo già discusso prima) e chiediamoci in quali
circostanze ci sentiremmo a nostro agio nel considerarlo il compositore
anziché uno strumento di un compositore umano. Probabilmente
ci sentiremmo a nostro agio se all'interno del programma esistesse
una conoscenza di sé in termini di simboli e se il programma
possedesse quel delicato equilibrio tra conoscenza di sé
ed ignoranza di sé. Che il sistema stia girando in modo
deterministico non ha alcuna importanza; ciò che ce lo
fa considerare “autore di scelte” è la possibilità
di identificarci con una descrizione di alto livello del processo
che ha luogo quando il programma gira. A basso livello (linguaggio
macchina) il programma somiglia a qualsiasi altro programma; ad
alto livello (descrizioni aggregate in blocchi), possono emergere
qualità come “volontà”, “intuizione”,
“creatività” e “coscienza”.
L'idea importante è che questo “vortice” del
sé è responsabile della struttura aggrovigliata,
della gödelianità dei processi mentali. Mi è
stato detto a volte: “Questa storia dell'autoreferenza eccetera
è molto divertente e godibile, ma pensi realmente che vi
sia qualcosa di serio in essa?”. Io credo veramente di sì.
Penso che alla fine risulterà che essa è il cuore
dell'IA e che
costituisce il punto focale su cui dovranno concentrarsi tutti
i tentativi di chiarire in che modo funziona la mente umana. E
questo è il motivo per cui Gödel è così
profondamente intrecciato nel tessuto del mio libro. (D. R. Hofstadter,
Gödel, Escher, Bach, pp. 771-775.)
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