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«Ho scelto Gadda [...] soprattutto perché la sua filosofia si presta molto bene al mio discorso, in quanto egli vede il mondo come un “sistema di sistemi”, in cui il sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato». (I. Calvino, Lezioni americane)

Dall'Indice analitico di Tra il cristallo e la fiamma
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    Gadda Carlo Emilio; 26; 28; 30; 35; 71; 150; 160; 197; 200; 209; 214; 229; 304; 306; 308; 326; 370; 387; 389-390; 403; 411; 450; 480; 482; 483-508; 511; 513; 515-516; 519; 546; 548-549; 552; 555; 560-561; 566; 567; 569; 570-571; 575-576; 580-581; 583; 587-588; 593; 595; 602-604; 608-610
        - La cognizione del dolore ; 498
        - Meditazione milanese ; 497
        - Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ; 484-485; 498; 508; 511; 522; 544; 561; 567; 580


Gadda Notizie biografiche
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana L'intreccio
Elementi autobiografi ispiratori
Il ritrovamento dei gioielli
   Carlo Emilio Gadda (1893-1973) scrittore che per il particolare uso del linguaggio e per lo stravolgimento della forma narrativa ha impresso un'impronta geniale alla narrativa del Novecento.

Notizie biografiche
   Nato a Milano da una famiglia della media borghesia lombarda, ebbe un'infanzia e un'adolescenza segnate da privazioni materiali, dapprima per la mania del padre di ostentare una facciata esteriore esagerata rispetto alle reali disponibilità finanziarie, divenute modeste dopo rovinosi investimenti e, alla morte del genitore (1909), per l'ostinato attaccamento della madre a quella villa di Longone, voluta dal marito, già fonte di spese rovinose per la costruzione ed ora causa di consunzione del precario bilancio familiare per il suo mantenimento.
   Conseguito il diploma al liceo “Parini”, Gadda che nutriva interessi letterari, si iscrisse per compiacere la madre, alla facoltà di ingegneria. La chiamata alle armi, sollecitata dallo stesso Gadda convinto interventista, gli fece interrompere gli studi che riuscì a concludere nel 1920, con la laurea in ingegneria elettrotecnica, iniziando quindi l'attività di ingegnere, che lo portò a vivere in molte città in Italia e all'estero.
   Gli interessi reali di Gadda sono però altri. Nel 1924 si iscrive alla facoltà di filosofia e mette mano a progetti letterari che già avevano avuto i prodromi in una serie di diari degli avvenimenti vissuti durante l'esperienza bellica, pubblicati nel 1955 e nel 1965 (Giornale di guerra e di prigionia).
   Lavora alla redazione della Meditazione milanese (1928, pubblicata postuma) e inizia la collaborazione alla rivista fiorentina “Solaria” con la pubblicazione di numerosi testi saggistici e della maggior parte delle sue prime opere narrative tra cui La madonna dei filosofi (1931) e Il castello di Udine (1934).
   Dopo la morte della madre (1936) Gadda può finalmente disfarsi della villa di Longone, diventata oggetto fobico, affrancarsi dalla professione di ingegnere, trasferirsi a Firenze e dedicarsi ad una intensissima produzione letteraria.
   Sono gli anni che vedono nascere La cognizione del dolore (1938-41), L'Adalgisa (1943) e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1946-47). Nel frattempo Gadda appare con testi saggistici e articoli su riviste e giornali molti dei quali - frammenti lirici e riflessivi, bozzetti di luoghi e paesaggi - saranno ripresi dai volumi Le meraviglie d'Italia (1939) e Gli anni (1943).
   Le condizioni economiche di Gadda, i cui magri risparmi sono polverizzati dall'inflazione del dopoguerra, si fanno assai precarie finché nel 1950 trova una stabile occupazione alla Rai, come collaboratore per il Terzo programma radiofonico.
   Finalmente nel 1957 con la pubblicazione in volume del Pasticciaccio la notorietà e nel 1967 con la Cognizione del dolore (cui è attribuito il “Prix international de littérature”) il riconoscimento internazionale.
   Da questo momento in poi è un susseguirsi di ristampe, di riedizioni intercalate da inediti - tra cui Eros e Priapo (Da furore a cenere) (1967) feroce libello antimussoliniano dalla forte asprezza polemica verso la mitologia maschilista del Duce - e da pubblicazioni postume.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: L'intreccio

 
Il Pasticciaccio racconta una doppia indagine della polizia per due fatti criminosi, l'uno banale e l'altro atroce, avvenuti nello stesso caseggiato nel centro di Roma a pochi giorni di distanza: una rapina di gioielli a una vedova in cerca di consolazione e l'assassinio a coltellate d'una signora sposata, inconsolabile perché non poteva aver figli. (I. Calvino, Il “Pasticciaccio”, Saggi, I, p. 1080)

   Le inchieste sono affidate al commissario Ingravallo (don Ciccio) di origine abruzzese che aveva consuetudine con la famiglia della vittima e nutriva una passione inconfessata per la signora uccisa.
   Don Ciccio da bravo poliziotto rispetta lo schema del giallo: con tenace acume, indizio su indizio, fa terra bruciata attorno alla mano assassina.
   Ma parallelamente il groviglio di divagazioni, monologhi, dialoghi, descrizioni d'ambienti popolari e borghesi... liberato dalle indagini del poliziotto, frantuma il ritmo narrativo e la lucida sintesi del dotttor Ingravallo, puntuale interprete della filosofia di Gadda, non si dispiega per dare un ordine alla storia, ma per dar conto del groviglio caotico del reale, per dar conto della «presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento», in distaccata polemica con l'Italietta fascista frettolosa di por fine al caso.
   La soluzione che sembrava imminente non arriva e il libro si interrompe (o si conclude) senza la conclusione.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: Elementi autobiografi ispiratori

   Benché il Pasticciaccio non sia attraversato dalla stessa carica autobiografica della Cognizione del dolore, non manca di lasciar trasparire la personalità del suo autore.
   Calvino scrive al riguardo:

 
   Questa ossessione della mancata maternità è molto importante nel romanzo: la signora Liliana Balducci si circondava di ragazze che considerava figlie adottive, finché per una ragione o per l'altra non si separava da loro. La figura di Liliana, dominante anche come vittima, e l'atmosfera di gineceo che s'estende attorno a lei aprono come una prospettiva piena d'ombre sulla femminilità, misteriosa forza della natura davanti alla quale Gadda esprime il suo turbamento in pagine in cui considerazioni sulla fisiologia della donna si collegano a metafore geografico-genetiche e alla leggenda dell'origine di Roma che mediante il ratto delle Sabine assicura la propria continuità. Il tradizionale antifemminismo che riduce la donna alla funzione procreativa è espresso con molta crudezza: per fluabertiana registrazione delle “idées reçues” o perché anche l'autore lo condivide? A definire meglio il problema occorre tener presenti due circostanze, una storica e l'altra psicologica, soggettiva dell'autore. Al tempo di Mussolini, il primo dovere degli italiani, inculcato dalla martellante propaganda ufficiale, era quello di dare dei figli alla Patria; solo i padri e le madri prolifici erano considerati degni di rispetto. In mezzo a questa apoteosi della procreazione Gadda, scapolo oppresso da una timidezza paralizzante di fronte a ogni presenza femminile, si sentiva escluso e ne soffriva con un sentimento ambivalente d’attrazione e repulsione.
   Attrazione e repulsione animano la descrizione del cadavere della donna orrendamente sgozzato, in una delle pagine più preziose del libro, come un quadro barocco del martirio d'una santa. Il commissario Francesco (Ciccio) Ingravallo mette nell'indagine sul delitto una partecipazione speciale, per due motivi: primo, perché conosceva (e desiderava) la vittima; secondo, perché è un meridionale nutrito di filosofia e animato da passione scientifica e da sensibilità per tutto ciò che è umano. È lui che teorizza la molteplicità delle cause che concorrono a determinare un effetto, e tra queste cause (dato che le sue letture sembra includano anche Freud) e comprende sempre anche l'eros, in una qualche sua forma.
   Se il commissario Ingravallo è il portavoce filosofico dell'autore, c'è anche un altro personaggio in cui Gadda s'identifica a livello psicologico e poetico, ed è uno degli inquilini del casamento, il funzionario in pensione Angeloni, che per l'impaccio con cui risponde agli interrogatori, viene subito sospettato, nonostante sia la persona più inoffensiva del mondo. Angeloni, scapolo introverso e melanconico, passeggiatore solitario per le vie della vecchia Roma, sottoposto alle tentazioni della gola e forse anche d'altro genere, ha l'abitudine di ordinare alle salumerie prosciutti e formaggi che gli vengono portati a domicilio da garzoni in calzoni corti. La polizia ricerca uno di questi ragazzi, probabile complice del furto e forse anche dell'assassinio. Angeloni che evidentemente vive nel timore che gli si attribuiscano tendenze omosessuali, geloso com'è della sua rispettabilità e della sua privacy s'impelaga in reticenze e contraddizioni e finisce per farsi arrestare. (I. Calvino, Il “Pasticciaccio”, Saggi, I, pp. 1080-1082)


Quer pasticciaccio brutto de via Merulana: Il ritrovamento dei gioielli

 
   La ragazza taceva, amorfa. La fronte del brigadiere si obnubilò: nel silenzio. Colmo, frattanto, e greve d’ogni più rasciutto dono di Vertumno, il pitalaccio fu elevato agli onori del piano (del comodino), rimossa un poco la lucente scheggia de lo specchio. Il manovratore si alzò, senza volgersi. “Coglione! rovescialo sul letto!” fece, durissimo, il brigadiere. Il manovratore ubbidì. Nella mezza giravolta la metà visibile della sua faccia si palesò tappezzata a zone alterne, a isole di rossore e di pallore: il rossore color vescovo, il pallore color caciotta. Rivelò altresì di possedere, in grado eminente, la proprietà dei buoni, generosi ed onesti: quella di arrossire fin sul collo. Poggiò adagio indi capovoltò ratto il capace dove gli era detto: con mani poi, torno torno, diligentemente precludenti. Di quel tesoro di noci le più grulle, sguinzagliate non anco, sarebbero saltate giù con rimbalzi multipli e festevolmente rotolosi e cretini, andando a rintanarsi una di qua una di là in chissà quale canto sotto ai letti: ove non fosse stata appunto la buca, cioè l’impronta del corpo nel letto stesso. Ma furono fregate. Tutte insieme vi si deposero come in una casseruola, facendo mucchio. In vetta al quale un cartoccio. Di carta blu, da droghiere. Zucchero, probabilmente: una riserva segreta de la nonna. Postosi dall’altro lato del lettino, con digitazione impaziente il brigadiere lo disfece lui, quell’invoglietto. Apparve, allora, un sàcculo di tela grezza: non turgido, pure appesantito e variamente nocchierelluto in sul fondo, in dove capiva mercanzia: nocciuole, forse? o un gruzzolo di bottoni? o un rosario?: strozzato, verso la bocca, dai rigiri stretti d’uno spago, e poi nodi e rinodi. Il Pestalozzi palpò. Il volto gli si illuminò: dell’aurora del ci siamo. La punizione che aveva mentalmente comminata all’alunno gli vaporò via dai propositi. Un mezzo labbro gli si storse all’insù, in una smorfia di spregio: quasi a render più espliciti i connotati d’ironia: della sua ironia. il groviglio dei molti nodi fu districato da ungulazione pervicace: la strettura dei rigiri dello spago si allentò nel via libera: dal disciolto sàcculo, rovesciato a sua volta con ogni garbo, ma sul lettino della nonna ch’era quel di mezzo, smottaron giù quasi confortandosi a vicenda nella inaspettata uscita e caduta palette verdi, medagliette, spille e corniole, gingilli d’oro, catenine, crocine, collanine a filigrana, impigliate le une nelle altre, e anelli e coralli: anelli insigniti di pietre rare, o splendenti d’una gemma, o talora di due di color distinto avanti alla bocca aperta del Cocullo, al batticuore del brigadiere: che sentiva già i galloni rampicar sulla manica, e mandar via quei che c’erano. Galloni marescialli, questa volta. Ristettero, come bestioline impaurate, coccinelle che raccolgon l’ali a non parere, nel grembo misero della indigenza: e parvero, invece: parvero tante bugiole sbugiardate, riconosciute dal gioielliere di naso adunco, sul banco, dopo furto e recupero: d’ogni più color curioso e d’ogni forma: una crocetta di pietra dura verde cupo, che i polpastrelli del futuro maresciallo non si tennero dall’assaporare, in giri e rigiri: un bel cilindretto verde nero lustro, da tirarne oroscopi i sacerdoti stronzi ad Egitto più che farneticazioni Pitagora dall’apotema del pentagono, piazzatisi da occaso a blaterare, a riguardar la vetta alle piramidi cotte: chicca misteriosofica, nelle antiche viscere del mondo celata, alle viscere del mondo carpita, un giorno geometrizzata a magia. Un povero ovolino tra celeste chiaro e bianchiccio come una ghiandolina di piccione morto da buttare a i’ sudicio: e due bùccole, con due gocciolone d’un azzurro cielo a triangolo isoscele, arrotondate nei vertici, dondolone e pese, d’una meravigliosa felicità-facilità, per i lobi di una popputa ridanciana vestita di celeste: che in una loro quasi trasparenza striata arridevano locùpleti, come per pagliuzze d’oro che vi fossero intercluse al diacciare. E un grosso anello a cilindro d’oro fasciante, che aveva cerchiato il pollice all’Enobarbo o l’alluce a Elagàbalo, con una caramellozza ovale verde arancio e subito dopo, anzi, limone: trafitta da tutti i raggi un poco del mattino equinoziale come le chiare carni del martire dalle sue centonovanta quadrella: perfusa da luci verdi chiare, di marina in alba, fino alla lucentezza del flint: di che i due sognaron subito, incantati, un cedro menta selz a piazza Garibaldi alle dodici. E un anellino di fil d’oro, con un chicco rosso di melagrana da beccarlo un pollo: e un dondolino ultimo, un gingilluccio, quasi una paletta di blu metilene da cavare il giallo al bucato, tenuto da una calottina d’oro e da un pippolo: e tramite questo appendibile, per maglia d’oro, ad altro e altrettanto essenziale organo del finimento, vuoi della ricolma bellezza d’un seno, come anche del maschio risvolto del bavero o della panciatica e orologiata autorità del tutore di codesto seno, amministratore, morigeratore e in definitiva consorte, “e babbeo del diavolo!” ideò il Pestalozzi a denti stretti. Una croce di granati, momenti rosso cupi dell’ombra domestica. Anelli, spille: meraviglia increduta. E il rubino e lo smeraldo risplendettero e giacquero nella fossa del lettuccio dal pel di topo, coinquilini d’un momento alla vereconda ambage della perla, sul liso e pressoché cencioso tegumento di quella cuccia di vecchia: tra il rilucere prezioso e il serpere o il poligonare degli ori di che si accendevano le menti, dopo le pupille e le rètine. Spille e boccole s’erano inviluppate nelle catenine, o intricate fra loro, come gèmine ciliege tra i gambi geminati de le consorelle coppie: i pendagli, nella sùbita cateratta, avevano tratto seco gli anelli. Rubino e smeraldo si nominarono corporalmente sulla povertà bigia del panno, o del liso, nel chiuso, muto splendore che è connaturato all’autonomia di certi esseri e ne significa la rarità, la dignità naturale ed intrinseca: quella mineralogica virtù che per mentiti squilli ed ammicchi è trombettata tanto, nei trombettosi carnovali, da tanti culi di bicchiere, quanto, in detti deretani, inesistente del tutto. Il corindone, pleòcromi cristalli, si appalesò tale di fatto sul bigio-topo dell’ambienza, venuto di Ceylon o di Birmania o dal Siam, nobile d’una sua strutturante accettazione, o verde splendido o rosso splendido, o azzurro notte, anche, un anello, del suggerimento cristallografico di Dio: memoria, ogni gemma, ed opera individua dentro la memoria lontanissima e dentro la fatica di Dio:verace sesquiossido Al O veracemente spaziatosi nei modi scalenoedrici ditrigonali della sua classe, premeditata da Dio: a dispetto del valore-lavoro del Tafàno. Tafàno di Revello ch’era per durare in seggiola un’ora, capintesta economista del Dindo e ministrogallo delle di lui buggerate non-finanze: che ad un mover di ciglia del Caciocavallo stesso avrebbe disvelato agli italiani il nuovo cielo dei valori infiascabili, sostituendo, nella fascia zodiacale del credito e della circolazione monetaria, alla bilancia dell’oro che andò poi a Ramengo a liquefarsi, lo scorpione delle panzane che non se ne andranno mai più. E la talianka, di quel fiasco, ne bebbe a gargana avidamente.
  Il Pestalozzi, no, non era un ministro delle finanze d’Italia: e la Menegazzi nemmeno. Un certo senso del valore e del non-valore ce l’avevan tutt’e due: lei, non foss’altro, per potersi cavar lo sfizio di dimenticare al cesso il valore (il topazio) dato che non ci avrebbe provato nessun gusto nemmen lei, in nessuna parte del ditirambico e fremebondo suo corpo, a dimenticare al cesso il non-valore: d’un culo di bicchiere. Gemme erano, quei risplendenti rubini, lo si vedeva, incubate e nate nei millenni originari del mondo. Il perito lo poteva riscontrare e garantire nonostante il taglio, cioè sfaccettatura e politura d’arte. Gemme d’aver cristallizzato naturalmente dal sesquiossido fuso, lungo le direttrici del sistema: e non fatto finta di cristallizzare in una luce, in una gloria mentita, da una catinella di escrementi. Così l’impeto, il dolore di un’anima si raggela in un grido, coagula nella notazione, secondanti le direttrici formali del pensiero: in un diacciato grido! che è il suo, e non il bercio di un’altra, o del mercato delle anime e dei berci. Sparse il brigadiere con le dita, e con il gesto di chi discevera il riso prima di buttarlo ne la pila, sparse le pietrine, le pietruzze, i monili d’oro, le favolose caramellozze, lucide gemme del maharagia nella depressione della misera coperta. Di quelle parvenze, festuche d’oro o luminosi chicchi sul color bruno del drappo, una punteggiata si disegnò, come una lineatura (che fosse però veduta dall’alto, e da lunge, dal monte o dall’aereo) di globi elettrici nel rigirare di Riviera: tale la luminaria di Botafogo in perla, nelle notti bananifere, la linea di livello del litorale e della via litoranea, torno torno la base del Pão de Azucar. Quelle gioie, in quel momento, parvero scaturire e fontanare sul lettuccio dal commisto ammasso di diversi colpi ladreschi. Ma il Pestalozzi, con una certa applicata titubanza in sulle prime, indi compiaciuta sicurezza, giudicò di poter via via riconoscere, nello sparso splendore, il discutibile ed ultrasuspicando vezzo perle, due o tre gingilli, un’ametista, la croce di granati, la paletta di lapillaruli (così ce steva scritte), i coralli, i gioielli, titolari dei nomi e delle designazioni che figuravano, consoci e consobrini del topaccio, nei primi righi e via via nel foglio e nel secondo foglio dell’elenco Martinazzi, ovvero sia cioè per più preciso dire Mantegazzi. Titolari dei nomi e dei titoli, per lo più d’uso, in qualche caso difficìllimi: anello “di” rubino con due perle, spilla con perlina nera e due smeraldi, pendaglio “di” zaffiro, come si direbbe di pasta sfoglia, “circondato” di brillanti, carcan, battuto a macchina carcane poi riscattato a carcanco, di granati in stile antico (sic) fila o forse filo, con l’o buco beninteso di perle bianche (fasullissime) eccetera, anellino eccetera, grossa spilla con pietra d’onice, eccetera eccetera. Un esame di lettura del corso allievi, ideò il Pestalozzi.
   Il tempo, intanto, stringeva: la mattina stessa avanti mezzogiorno egli doveva ricondursi a Marino col topazio in tasca e con quanto gli era venuto fatto reperire, nel suo vagabondaggio inattesamente fruttifero di gemme, ori, perle false, ragazze o brutte o belle ma bugiardissime tutte. Del recuperato e del trovato, o non trovato, doveva render conto al maresciallo, elenco alla mano: erano dei nomi strani e difficili, con un che di magico addosso, di misterico, d’indiano: con tanti fori, come quelli del biglietto della ferrovia, in luogo d’ogni o. La seconda nota, incompleta perché mancava un foglio ma non meno bucherellata della consorella, gli sembrò viceversa una grana, una brutta grana che non lo riguardasse per nulla, una pratica demandata ad altro, dacché il commissario Ingravallo, quel testone che invece della brillantina adoperava il catrame, aveva dichiarato “espressamente” che voleva incaricarsene lui. Era affare di don Ciccio dunque. Battuta al nastro rosso, quasi che il nastro fosse stato intinto nel sangue, la nota della “refurtiva Balducci” gli pareva essersi materiata da un incubo: fogliata e verbalizzata in pagine da un orrore segreto che non era, in quella mattina matta dell’equinozio così pieno di pronostici, no, non era di competenza del carabinieri. No, la campagna solitaria, fuori, inumidita dai piovaschi, adocchiata appena dal sole a quando a quando risveglio, no, non voleva ricreato l’orrore: quello di cui si veste dopo le luci repentine del coltello, negato al vivere ogni condono della belva, l’immobilità di un funerando relitto. Allo sguardo della portinaia e degli agenti (ancor prima delle constatazioni di legge) o del cugino atterrito ch’era entrato senza sapere, così diceva, poi tra le ciabatte di tutti, di tutte, uno sbiancato simulacro per i musei di cera della morte: e quell’icore putre giù dallo squarcio del collo, i giorni appresso, in un sentore d’obitorio. Quelli ch’egli aveva repertato erano gli ori e i gioielli “dell’uscio di faccia”, gli ori della contessa bionda, in ogni modo: e nei successivi lampi d’una immagine sognata (non vista) il brigadiere sospirò. E fantasticando già di apparirle innanzi con galloni marescialli, in veste di recuperatore-salvatore, cercava intanto districarsi da tutte le serpi del dubbio: “...ma forse qualcuno pure di quegli altri, del cofano di ferro dell’assassinata.” Non indugiò nei riscontri. Andava ormai di premura. Sui preziosi eventuali della Balducci, con quell’elenco a mezzo, gravava ancora l’ambiguità delle ipotesi: il riconoscimento e la discriminazione dei prezzi singoli erano da effettuarsi in caserma, su a Marino, o forse a Roma a Santo Stefano del Cacco, mentre dei gioielli della contessa Mantegazza ch’erano distinti nella nota relativa conclamava ognuno, con istante evidenza, la propria rapinata identità. E poi, e invero, le probabilità rimanenti le andava computando ragione; in un’ora emmezza due terni al lotto come quelli, un topazio al dito e un pitale di topazi, erano anche troppi dalla cornucopia avara di Fortuna. Alle statistiche precognitive del cervello, acceso ma tuttavia peritoso, dubitoso, non riusciva accettabile un terzo colpo. La ragazza e il Cocullo attendevano, immobili, e come svuotati d’ogni facoltà di seguitare: il brigadiere si riscosse. (C. E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti, Gli elefanti, p. 217-222.)