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Calvino
e la scienza |
Sommario
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1.
I livelli “di” realtà |
«La letteratura si regge proprio sulla distinzione di
diversi livelli di realtà e sarebbe impensabile senza
la coscienza di questa distinzione. L’opera letteraria
potrebbe essere definita come un’operazione nel linguaggio
scritto che coinvolge contemporaneamente più livelli
di realtà. Da questo punto di vista una riflessione
sull’opera letteraria può essere non inutile
allo scienziato e al filosofo della scienza».
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| 2.
Cibernetica e fantasmi
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A fare la parte del leone nella combinatoria di Calvino non
è lo strutturalismo, ma la teoria dell’informazione.
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| 3. Un'impresa
smisurata |
La Consistency, la lezione non scritta, avrebbe dato
concretezza all'ambizione di «tessere insieme i diversi
saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata
del mondo».
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| 4. Una proiezione sulla
Consistency |
4.1 Due forme di conoscenza |
| 4.2 Scienze
nomotetiche e scienze evolutive |
| 4.3 Dalla
parte di Piaget |
Nello scenario della letteratura italiana l’autore
più attento e sensibile agli sviluppi della scienza e delle
sue implicazioni nell’epistemologia è stato senz’altro
Calvino. Ne sono una prova lampante e consolidata i racconti delle
Cosmicomiche, il cui plot prende spunto, trasfigurandole,
da teorie scientifiche.
Ma l’interesse di Calvino per la scienza
va molto al di là di quelle che possono sembrare delle
incursioni alla ricerca di spunti per alimentare la fantasia.
Molti dei suoi numerosi interventi saggistici
sottintendono la scienza e i suoi risvolti nell’epistemologia;
alcuni, poi in particolare, lasciano trapelare apertamente il
rumine dello specialista piuttosto che l’interesse del curioso.
È il caso ad esempio della Relazione tenuta al Convegno
internazionale Livelli della realtà (Palazzo Vecchio, Firenze,
9-13 settembre 1978). Il «convegno, organizzato da Massimo
Piattelli-Palmarini, riuniva filosofi, storici della scienza,
fisici, biologi, neurofisiologi, psicologi, linguisti, antropologi,
tanto inglesi e americani che francesi e italiani» ci tiene
a informare Calvino nella nota introduttiva al saggio.
È evidente che in tal concilio Calvino,
unico tra gli scrittori «tanto inglesi e americani che francesi
e italiani», non era andato a parlare per far prendere aria
ai denti. E nel dubbio che qualcuno potesse scambiare il suo contributo
per un mazzo di fiori esordisce con il dire che per la letteratura
l’articolazione della realtà in livelli è
pane e companatico e che perciò scienziati ed epistemologi
tirassero bene le orecchie, perché non avrebbero avuto
che da trarne benefici.
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I vari livelli di realtà esistono anche in letteratura,
anzi la letteratura si regge proprio sulla distinzione
di diversi livelli di realtà e sarebbe impensabile
senza la coscienza di questa distinzione. L’opera
letteraria potrebbe essere definita come un’operazione
nel linguaggio scritto che coinvolge contemporaneamente
più livelli di realtà. Da questo punto di
vista una riflessione sull’opera letteraria può
essere non inutile allo scienziato e al filosofo della
scienza.. (I. Calvino, I
livelli della realtà in letteratura, Saggi,
(1945-85), a cura di M. Barenghi, Milano 1995, vol. I,
p. 381)
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E come se non bastasse, lascia sornionamente
capire, in chiusura, che lo scrittore ha per lo meno un punto
di vantaggio su epistemologi e scienziati: mentre questi si interrogano
sui livelli “della realtà”, dando cioè
per presupposto un concetto univoco di realtà, l’invenzione
poetica parla di livelli “di” realtà, ossia
osserva la realtà da un anello dal quale il capello che
gli scienziati credono di spaccare in due non è che un
frammento di un capello già spaccato dallo scrittore. La
realtà per lo scrittore è come l’anello di
Saturno: un anello fatto di anelli fatti di anelli…
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Al termine di questa relazione m’accorgo
d’aver sempre parlato di “livelli di realtà”
mentre il tema del nostro convegno suona (almeno in italiano):
“I livelli della realtà”. Il punto
fondamentale della mia relazione forse è proprio
questo: la letteratura non conosce la realtà ma
solo livelli. Se esista la realtà di cui i vari
livelli non sono che aspetti parziali, o se esistano solo
i livelli, questo la letteratura non può deciderlo.
La letteratura conosce la realtà dei livelli e
questa è una realtà che conosce forse meglio
di quanto non s’arrivi a conoscerla attraverso altri
procedimenti conoscitivi. È già molto. (I.
Calvino, I livelli della realtà in letteratura,
cit. p. 398)
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| 2.
Cibernetica e fantasmi |
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Si è tanto parlato delle connessioni
di Calvino con lo strutturalismo. Sono legami che neanche Calvino
ha mai negato, e che ha magistralmente esibito con il Castello
dei destini incrociati.
Ma si è fuori strada se si credesse che
la combinatoria di Calvino è una piatta e lineare riedizione
delle suggestioni dello strutturalismo d’oltralpe. Dietro
i suoi meccanismi combinatori, dietro la combinatoria di Calvino
c’è la scienza. Lo dimostra Cibernetica e fantasmi
(Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), una
conferenza tenuta in varie città d’Italia e d’Europa
nel 1967, ampiamente citata dalla critica, ma sostanzialmente
ignorata nelle sue implicazioni scientifiche.
Proponiamo un paragrafo di Tra il cristallo
e la fiamma dove si sostiene che a fare la parte del leone
nella combinatoria di Calvino non sia lo strutturalismo, ma la
teoria dell’informazione.
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Vediamo più da vicino questo benedetto
Cibernetica e fantasmi, non tanto per far dispiegare
le ali della trasfigurazione a un brutto anatroccolo ma
per evidenziarne l’isomorfismo con le Lezioni.
La tesi della conferenza, come lascia intuire il sottotitolo,
è la letteratura come processo combinatorio e per
sostenerla Calvino lancia la stessa procedura dei Six memos,
ossia parte dalla tradizione letteraria più antica
per chiedersi se anche nelle forme più complesse
un numero illimitato di trasformazioni sia riducibile a
un numero finito di strutture, come nel mito e nella fiaba.
E si appoggia alle analisi dei formalisti russi e di Barthes
e agli scrittori del gruppo «Tel Quel» per concludere
che la letteratura è riconducibile «a combinazioni
tra un certo numero d’operazioni logico-linguistiche
o meglio sintattico-retoriche, tali da poter essere schematizzate
in formule tanto più generali quanto meno complesse»
.
L’interesse di Calvino è l’operazione
essenzialmente matematica sottesa al processo combinatorio
della letteratura. Se guarda allo strutturalismo è
perché questo applica alla letteratura quel procedimento
con risultati convincenti, ma lo strutturalismo è
uno strumento come altri, tant’è vero che Calvino
apre alla teoria dell’informazione, come teoria inglobante.
Non solo la letteratura, ma anche il pensiero, anzi, gli
stessi processi biologici sono regolati dallo stesso procedimento
matematico evidenziato dalla teoria dell’informazione
che Calvino fa precedere dal contesto epistemologico che
l’ha maturata.
Nel modo in cui la cultura d’oggi vede
il mondo, c’è una tendenza che affiora contemporaneamente
da varie parti: il mondo nei suoi vari aspetti viene visto
sempre più come discreto e non come continuo. Impiego
il termine «discreto» nel senso che ha in matematica:
quantità «discreta» cioè che si
compone di parti separate.
È lo scenario epistemologico della fisica
quantistica, che descrive una realtà fatta di vuoti
intervallati a grandi distanze da frammenti di pieno, di
una realtà non continua come una linea retta ma spezzata
in tante brevi linee intervallate da lunghi tratti bianchi,
rischiarata da una luce fatta di brevi intervalli d’energia
separati da interminabili vuoti di buio e regolata non dal
meccanismo rigorosamente scandito della fisica di Galileo
e di Newton ma affidata alla aleatorietà di eventi
possibili ma non necessari.
Su questo sfondo di probabilità si muove
il processo combinatorio di Calvino che è lo sfondo
stesso dell’attività cerebrale.
«Il pensiero, che fino a ieri ci appariva
come qualcosa di fluido, evocava in noi immagini lineari
come un fiume che scorre o un filo che si sdipana, oppure
immagini gassose, come una specie di nuvola, tant’è
vero che veniva spesso chiamato «lo spirito»,
- oggi tendiamo a vederlo come una serie di stati discontinui,
di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero
enorme ma finito) di organi sensori e di controllo. I cervelli
elettronici, se sono ancora lungi dal produrre tutte le
funzioni d’un cervello umano, sono però già
in grado di fornirci un modello teorico convincente per
i processi più complessi della nostra memoria, delle
nostre associazioni mentali, della nostra immaginazione,
della nostra coscienza. Shannon, Weiner [sic], von Neumann,
Turing, hanno cambiato radicalmente l’immagine dei
nostri processi mentali. Al posto di quella nuvola cangiante
che portavamo nella testa fino a ieri e del cui addensarsi
o disperdersi cercavamo di renderci conto descrivendo impalpabili
stati psicologici, umbratili paesaggi dell’anima,
- al posto di tutto questo oggi sentiamo il velocissimo
passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano
i relé, i diodi, i transistor di cui la nostra calotta
cranica è stipata .
C’è confusione ossia continuità tra
materia sensazioni emozioni sentimenti pensiero: una serie
di impulsi elettrochimici, partiti da una massa di neuroni
sufficientemente grande, attiva un livello superiore di
neuroni che, se stimolati in una massa sufficiente grande,
interagendo con i precedenti, attivano a loro volta un livello
più alto e così su su fino ai simboli e al
pensiero (e ai paradossi)».
Nel cervello come su una scacchiera «in
cui sono messi in gioco centinaia di miliardi di pezzi»
sono possibili tante mosse che «neppure in una vita
che durasse quanto l’universo s’arriverebbe»
a giocarle tutte.
Su questo sfondo, su uno sfondo digitale, si
muove il processo combinatorio di Calvino non su quello
dello strutturalismo. Certo lo strutturalismo gioca la sua
parte, ma la sua parte la gioca anche Queneau che muove
da premesse matematiche e la sua parte la gioca Santillana
con l’immagine dei dadi e della scacchiera degli antichi
e il tutto viene posto nel quadro epistemologico della seconda
rivoluzione scientifica, aprendosi agli sviluppi incontenibili
della teoria dell’informazione. La scacchiera delle
Città invisibili è già qui
in Cibernetica e fantasmi, nel calcolo probabilistico
della teoria dell’informazione, agganciato al mito
svelato da Santillana. Quando dalle Lezioni Calvino
invita a guardare alle Città invisibili,
invita a guardare anche al quadro mitologico che l’ha
prodotto. In questo non c’è solo lo strutturalismo
ma c’è la teoria dell’informazione che
apre verso la continuità con la materia e da questa
alle varie forme viventi fino all’uomo e alla storia.
«La sterminata varietà delle forme vitali si
può ridurre alla combinazione di certe quantità
finite. Anche qui è la teoria dell’informazione
che impone i suoi modelli» .
Fermarsi nel quadro mitologico delle Città
invisibili alle sole scacchiere è per lo meno
come cancellare la colonna sonora di un film. Nelle Città
invisibili non c’è solo la trasparenza
del cristallo, c’è anche il rumore della fiamma.
E in Cibernetica e fantasmi c’erano già
cristallo e fiamma, come c’erano già le complicanze
dell’infinitesimo e dei paradossi.
Il processo combinatorio di Calvino si muove
sullo sfondo della logica, della matematica, delle scienze
e con questo sfondo approda ai - ma sarebbe meglio dire
- s’incontra coi processi combinatori di strutturalismo
e semiotica.
Anche per questo Calvino ha potuto conseguire
risultati originali, come dimostra l’unicità
del Castello dei destini incrociati, la sua opera
più vicina alle suggestioni strutturalistiche d’oltralpe.
(A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, Le Lezioni
americane di I. Calvino, pp. 322-323)
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Dove però
il Calvino “scienziato” dà la prova più
compiuta di sé è nelle Lezioni americane
con le quali reinterpreta l’ambizione già di Lucrezio
e di Ovidio, di «rappresentare la molteplicità delle
relazioni, in atto e potenziali» facendosi carico di «tessere
insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima,
sfaccettata del mondo».
È un proposito che resta velato nelle affermazioni
di principio:
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L'eccessiva
ambizione dei propositi può essere rimproverabile
in molti campi d'attività, non in letteratura. La
letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati,
anche al di là d'ogni possibilità di realizzazione.
Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun
altro osa immaginare la letteratura continuerà ad
avere una funzione. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni
generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche,
la grande sfida per la letteratura è il saper tessere
insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione
plurima, sfaccettata del mondo. (I. Calvino, Lezioni
americane, cit., p. 110) |
Se l'ambizione è
rimasta nei propositi si deve imputare soltanto al fatto che l’improvvido
intervento delle Parche ha deprivato le Lezioni del segmento
finale. In realtà Calvino con la
Consistency avrebbe dato concretezza a tale ambizione.
Nell’Esattezza, quando affronta la
questione delle due epistemologie emblematizzate da cristallo
e fiamma, Calvino scrive:
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Lascerò
ora da parte le implicazioni nella filosofia della scienza
delle posizioni di Piaget, che è per il principio
dell’«ordine dal rumore», cioè
per la fiamma, e di Chomsky che è per il «self-organizing-system»,
cioè per il cristallo. (Ivi, pp. 69-70) |
È un chiaro
indizio di ciò che Calvino aveva in mente di affrontare
e dal momento che tali implicazioni latitano sia al livello locale
dell’Esattezza, sia al livello globale delle conferenze
successive, escludendo la svista, non resta che ipotizzare una
loro messa in chiaro nella Consistency.
Nella Consistency Calvino sarebbe tornato
sulle epistemologie di cristallo e fiamma, ossia sui due modelli
alternativi della biologia, e da questa alle «teorie sul
linguaggio e sulle capacità di apprendimento».
Ora, se si ha un’idea delle problematiche affrontate
dal convegno organizzato da Massimo Piattelli-Palmarini e dal
tenore degli interventi non solo dei due contendenti, ma anche
del consesso di specialisti che hanno fatto loro da ghirlanda,
il solo proposito di ritornare su tali questioni implica una conoscenza
che andava molto più in là di quanto lasci supporre
Calvino quando fa credere di frequentare la scienza per rinverdire
la fantasia:
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Tra i libri scientifici in cui ficco il naso alla ricerca
di stimoli per l’immaginazione, m’è capitato
di leggere recentemente che i modelli per il processo di
formazione degli esseri viventi sono «da un lato il
cristallo (immagine d’invarianza e di regolarità
di strutture specifiche), dall’altro la fiamma
(immagine di costanza d’una forma globale esteriore,
malgrado l’incessante agitazione interna)».
Cito dall’introduzione di Massimo Piattelli-Palmarini
al volume del dibattito tra Jean Piaget e Noam Chomsky al
Centre Royaumont (Théories du langage - Théories
de l’apprentissage, Éd. du Seuil, Paris
1980). (Ivi, p. 69) |
Si può quindi
intuire quanto esteso sia il buco lasciato dalla mancanza della
Consistency.
| 4.
Una proiezione sulla Consistency |
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| 4.1 Due forme di
conoscenza |
La necessità (o per usare
un termine dell’area Oulipo, le contraintes delle
Lezioni), la loro natura di viatico o di sintesi dell’intera
sua esperienza, imponevano a Calvino di inquadrare in un più
ampio contesto ciò che gli era suggerito quasi d’istinto
da «quella generosa immaginazione naturale, quella fecondità
polimorfa e quasi vegetale» (Citati), che l’ha spinto
e sostenuto da sempre a nutrirsi di filosofia e scienza. E così
come nell’Esattezza, la conferenza conclusiva del ciclo
del cristallo, Calvino offre una conchiglia alla scienza classica,
al ragionamento deduttivo, ai sistemi formali (Cfr. A. Piacentini,
Tra il cristallo e la fiamma, cit., pp. 294-96 e ss.),
di cui la scacchiera delle Città invisibili è
una trasfigurazione (Cfr. ivi, pp. 292-94), nella conferenza conclusiva
del ciclo della fiamma doveva offrire una teca all’altra
pulsione che da sempre attraversa la sua scrittura.
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In
realtà sempre la mia scrittura si è trovata
di fronte due strade divergenti che corrispondono a due
diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio
mentale d’una razionalità scorporata, dove
si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni,
forme astratte, vettori di forze; l’altra che si muove
in uno spazio gremito d’oggetti e cerca di creare
un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina
di parole, con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello
scritto al non scritto, alla totalità del dicibile
e del non dicibile. Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza
che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l’una
perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa
in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano
sempre una certa quantità di rumore che disturba
l’essenzialità dell’informazione; l’altra
perché nel rendere conto della densità e continuità
del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso,
frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla
totalità dell’esperibile.
Tra queste due strade io oscillo continuamente
e quando sento d’aver esplorato al massimo le possibilità
dell’una mi butto sull’altra e viceversa. (I.
Calvino, Lezioni americane, cit., p. 72) |
Ebbene questa teca, per riprendere
e spingere il ragionamento di Tra il cristallo e la fiamma
alle sue estreme conseguenze (Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo
e la fiamma, cit., pp. 324-362), non poteva essere formata
che dai materiali messi a disposizione dalle scienze della complessità.
Il che comporta privilegiare tra i capifila del confronto al Centre
Royaumont le posizioni di Piaget piuttosto che di Chomsky, ricalcando
quella subliminale partigianeria dalla quale Massimo Piattelli-Palmarini
si lascia attraversare nella conduzione del dibattito, una partigianeria
equilibrata, “leggera”, tale da non calpestare il
mondo del cristallo, che resta imprescindibile (Cfr. ivi, p. 333).
La fiamma per Calvino non è alternativa al cristallo; semplicemente
spinge il ragionamento oltre le secche di una scienza troppo sicura
delle sue certezze riduzioniste, troppo centrata sul dualismo
cartesiano di res cogitans e res extensa, e
soprattutto, la cosa ha del paradosso, ma non lo è se non
alla luce della concezione evoluzionista del mito (Cfr. ivi, pp.
62-63), consente di riannodare un filo molto antico nella storia
della poesia, una storia tracciata dall’atomismo di Lucrezio
e di Ovidio della Leggerezza (cfr. ivi, p. 48-50) e riannodata,
a Prigogine della Molteplicità (Cfr. ivi pp. 54-55
e 502-513), il quale peraltro nella Nuova alleanza aveva
riconosciuto per conto proprio la sua parentela con Lucrezio.
Ma soffermiamoci sulle ragioni per cui Piaget
piuttosto di Chomsky.
| 4.2
Scienze nomotetiche e scienze evolutive |
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Riassumiamo i termini del ragionamento
così come licenziato dall’Esattezza: due
epistemologie a confronto, due diverse «implicazioni nella
filosofia della scienza». In che cosa «il principio
dell’“ordine dal rumore”» e il «self-organizing-system»
differiscono? Quali sono le conseguenze epistemologiche che ne
discendono.
Il nocciolo del confronto tra Chomsky e Piaget
è relativo - come evidenzia Calvino riprendendo il titolo
del volume degli atti del simposio - «alle teorie sul linguaggio
e sulle capacità di apprendimento» (I. Calvino, Lezioni
americane, cit., p. 69). La loro chiarificazione necessitando
di basi biologiche, sconfina in un campo che, per essere terra
di frontiera tra due opposte concezioni della scienza, viene a
coinvolgere l’intero quadro scientifico. Non a caso, accanto
a etnologi, linguisti, antropologi, psicologi, sociologi, si sono
confrontati fisici chimici biologi genetisti, divisi tra chi muove
da formulazioni di stampo innatista, convalidando quindi una concezione
dei processi cognitivi preformati sulla specifica base biologica
della specie umana, e chi ritiene determinante il ruolo dell’esperienza
nella formazione delle strutture cognitive, lasciando aperta la
continuità animale-uomo.
Posta in questi termini la questione se riesce
a dare un’idea del confronto sotteso a cristallo e fiamma,
non riesce però a tradurre con sufficiente approssimazione
l’intera problematica, perché se è vero che
il paradigma del cristallo si muove nell’habitat dell’armamentario
innatista, la fiamma introduce un punto di vista che solo apparentemente
ricalca le batterie opposte. Il suo punto di osservazione infatti,
pur collocandosi nell’alveo empirista, assume rispetto a
innatismo ed empirismo quella distanza propria del regard
éloigné (Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo
e la fiamma, cit., pp. 119 e ss.) che consente di tracciare
una terza via. Riformuliamo la questione muovendo da questo punto
di vista.
Secondo il primo modello la realtà è
concepita come una collezione di oggetti, ognuno dotato di proprietà
completamente determinate dal suo stato fisico. Non importa se
gli oggetti sono plasmati su quelle evidenze della realtà
del mondo fenomenico, che a un capo annodano il mondo platonico
delle idee e all’altro l’edificio positivista, o se
appartengono al mondo rarefatto dei sistemi formali, sul quale
l’empirismo logico si era impegnato a rifondare l’unità
della scienza andata in frantumi. Da questo punto di vista platonismo
e neoempirismo logico sono paritetici. Gli oggetti godono di un
ordine ideale assoluto predeterminato di inesorabile evidenza.
Parallelo a quest’ordine corre l’atto cognitivo che
riproduce esattamente come su una lastra fotografica tale ordine
secondo un processo progressivo e inarrestabile. Lo stretto isomorfismo
tra il dentro e il fuori implica, in parallelo all’oggettività
degli oggetti e delle leggi immutabili (esse stesse oggetti) che
li reggono, un modello concettuale altrettanto sorretto da leggi
immutabili ed eterne, innate per l’appunto. Non a caso immutabili
sono le strutture affermate dalla logica neo-empirista.
Per il secondo modello non ci sono evidenze
preformate. Fondamentale si pone il ruolo del soggetto nella definizione
dell’oggetto, ineludibile è il ruolo svolto dalla
specificità delle sue matrici mentali. Oggetto e soggetto
sono solidali. La realtà pur dotata di un suo statuto autonomo,
nel momento in cui entra nel processo cognitivo, passa attraverso
filtri (organi sensoriali e processi mentali) che la interpretano
e deformano. Il concetto di oggettività perde le valenze
dell’evidenza e dell’immediatezza per diventare una
convenzione. Parimenti viene meno il modello concettuale preformato,
mentre diventano fondamentali sia la genesi, il contesto di scoperta
e lo sviluppo storico delle conoscenze, sia i processi mentali
che presiedono alla loro formazione. In questo approccio non è
più l’oggetto che con la sua evidenza crea la disciplina,
ma è l’insieme dei processi storici e concettuali
della teoria a creare l’oggetto. Dalla struttura formale
e concettuale della teoria dipende l’indagine dell’oggetto.
La realtà non è più ordinata in un edificio
di discipline gerarchicamente definite in base al grado di complessità
dei suoi oggetti, ma è frammentata in molteplici livelli
che possono di volta in volta variare con il variare di premesse
e assunti metodologici.
I criteri comtiani di “complessità
crescente” e di “generalità decrescente”
che ordinavano linearmente realtà e scienza, ridotte a
leggi semplici ed evidenti, cedono il posto a un groviglio, dove
i processi non più unidirezionali fanno capo non a un sistema
ordinatore ma a un contesto scientifico-epistemologico frammentato
in modi e livelli d’indagine. Per dirla con la Molteplicità,
«la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni
che non siano settoriali e specialistiche» (I. Calvino,
Lezioni americane, cit., p. 110).
È una posizione sostanzialmente antiriduzionista
e ciò dimostra quanto sia complessa la posta in gioco tra
i due paradigmi in questione, se implicano la coppia riduzionismo/olismo.
È possibile ridurre la realtà
e con lei la conoscenza in elementi semplici soggiacenti, in grado
di spiegare i fenomeni emergenti? Oppure ha ragione chi dice che
“l’intero è più della somma delle sue
parti”? Con le implicazioni che ne seguono: materialistiche
nel primo e finalistiche nel secondo, con tinte mistiche nel caso
del ricorso all’intervento divino e teleonomiche (Cfr. A.
Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 343)
quando, pur negando l’atto creativo esterno, si ricorre
a qualche forma di scintilla che avrebbe innescato i processi
vitali.
L’opposizione tra innatismo ed empirismo
si sposta a un altro livello assumendo le sembianze dell’opposizione
tra le scienze delle leggi necessarie e universali (le scienze
nomotetiche) e le scienze dei processi, dell’unico, dell’irripetibile,
del particolare, aprendo il panorama a una catena di antinomie:
scienze nomotetiche
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scienze evolutive |
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quantità |
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qualità |
generalità |
|
specificità |
necessità |
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contingenza |
prevedibilità |
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imprevedibilità |
astrattezza |
|
concretezza |
reversibilità |
|
irreversibilità |
ripetibilità |
|
irrepetibilità |
semplicità |
|
complessità |
riduzionismo |
|
olismo |
immutabilità |
|
mutevolezza |
tautologia |
|
novità |
determinismo |
|
aleatorietà |
causalità |
|
casualità |
legge |
|
caos |
logica |
|
arbitrio |
ordine |
|
disordine |
(M. Cini, Un paradiso perduto, Feltrinelli,
Milano 1994, p. 189)
Ciò restituisce un’idea
della complessità delle implicazioni epistemologiche dei
due paradigmi rendicontati nel libro in cui Calvino fa credere
di andare a ficcare «il naso alla ricerca di stimoli per
l’immaginazione» (I. Calvino, Lezioni americane,
cit., p. 69). Quando azzardavamo l’aria sorniona e riduttiva
di Calvino non avevamo torto (Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo
e la fiamma, cit., p. 329-330): in uno snodo del genere uno
non ci va a far pascolare la fantasia, perché, se non ha
un rumine più che inossidabile, qualche mala erba gli può
stecchire la reputazione.
Molte delle coppie suddette sono di casa nelle
Lezioni: ordine/disordine, legge/caos, causalità/casualità,
determinismo/aleatorietà, reversibilità/irreversibilità,
generalità/specificità, ripetibilità/irripetibilità
più volte risuonano nelle Lezioni. Ma non è
difficile smascherarne altre: immutabilità/mutevolezza
sono sottese a Lucrezio e Ovidio, tautologia/novità, riduzionismo/olismo
sono rovistati dalle gerarchie aggrovigliate di Hofstadter, come
prevedibilità/imprevedibilità, causalità/casualità
stanno alle strutture dissipative e quantità/qualità,
generalità/specificità a Mathesis universalis
e Mathesis singularis. Le Lezioni sono talmente
in linea con le antinomie isolate da Marcello Cini che ne possono
allungare la lista: continuità/discontinuità, linearità/circolarità,
realtà/irrealtà, deduzione/induzione, analisi/sintesi,
natura/cultura. Il tutto mescolato in un processo ricorsivo reso
ancor più sfaccettato dalle rifrazioni dell’ambivalenza.
Ma, vien da chiererci: alla fine Calvino da
che parte sta, visto che si altalena tra il pero e il melo, tra
due opposte forme di conoscenza?
L’immagine canonica del Calvino delle
scacchiere non consente dubbi. Sta dalla parte dell’ordine,
delle leggi rigorose, sta dalla parte delle scienze nomotetiche
e quindi del cristallo, tanto più che il paradigma della
fiamma potrebbe essere confuso con quel filone che tra falsificazionismi,
decostruzionismi, pensieri deboli e anarchismi epistemologici
ha innescato la sensazione di una crisi della ragione fondata
sulla scienza classica o peggio confondersi con quelle schegge
mistiche che hanno filato il bozzolo di tarli antiscientifici,
sfiduciando la ragione.
Ma la risposta è proprio inappellabile?
Per lo meno non è certo questa l’immagine
di sé che Calvino ha seminato nelle Lezioni: «Quando
sento d’aver esplorato al massimo le possibilità
dell’una mi butto sull’altra e viceversa».
Non è un’affermazione messa a imbellettare
un contesto di basso profilo. È la filosofia che Calvino
nella lezione dedicata al quadro epistemologico della linea del
cristallo getta sul fuoco di «due diverse pulsioni verso
l’esattezza» (Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo
e la fiamma, cit., p. 350 e ss.): l’una dell’ordine,
l’altra del disordine, l’una d’una razionalità
scorporata, l’altra che non s’accontenta del dicibile,
di ciò che è ordinato dalla razionalità scorporata,
ma che vuol catturare anche l’indicibile, lo scarto, lo
scostamento renitente alla norma. Sono in gioco le antinomie universalità/singolarità,
quantità/qualità, ripetibilità/irripetibilità.
Calvino vuole indossare indifferentemente entrambe le divise.
Travasiamo la questione nei ranghi del confronto Chomsky/Piaget.
Chomsky è per il paradigma sintetizzato da Piattelli-Palmarini
con l’emblema del cristallo, crede in strutture cognitive
preformate nello stesso modo in cui «la natura del cristallo
sussiste nel liquido, già formata, ed è sufficiente
togliere il solvente perché la sua forma si manifesti necessariamente
e nella maniera» (M. Piattelli-Palmarini, Théories
du langage - Théories de l’apprentissage, cit,
p. 35). Il nucleo duro sia della razionalità cristallografica,
che della linguistica generativa consiste nel credere che ogni
struttura scaturisca dall’interno.
Una grammatica preformata e specifica della
specie umana, come per il ragno lo schema innato della tela, si
cala per via deduttiva sui dati linguistici, secondo un processo
non diverso dallo sviluppo della lastra fotografica. I processi
mentali numerosi e distinti fra di loro sono in via di principio
isolabili e riconducibili a un soggetto ideale, come all’io
trascendentale kantiano è riconducibile la conoscenza.
La necessità dello sviluppo delle strutture
cognitive e linguistiche, ripetibili (ripetibilità)
in epoche e culture diverse, la semplicità degli elementi
costitutivi, riducibili (riduzionismo) a leggi immutabili
(immutabilità), la causalità dei processi
deduttivi (deduzione) rigorosamente ordinati (ordine)
in sequenze ideali (astratto), immuni da inferenze esterne
sono categorie dell’innatismo chomskyano. Chomsky occupa
la prima componente delle coppie oppositive, che è la stessa
dell’immagine canonica di Calvino.
Ma queste conclusioni, dopo il passaggio attraverso
la catarsi delle Lezioni, non puzzano subito di bruciato?
Sono troppi gli elementi che stridono con gli assunti di fondo
delle Lezioni. Ne basta uno per tutti: se è vero
che l’innatismo chomskyano scavando le radici profonde del
linguaggio rompe la barriera tra scienze biologiche e scienze
umane, è pur vero che mantiene una netta demarcazione tra
le strutture della mente umana e le strutture delle altre specie.
Quella continuità tra animale e uomo,
tra uomo e macchina, tra uomo animali e cose (Cfr. A. Piacentini,
Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 321 e alla voce
“continuità”) che è «il punto
d’arrivo cui tendeva Ovidio nel raccontare la continuità
delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi
con la natura comune a tutte le cose» (I. Calvino, Lezioni
americane, cit., p. 120), si scioglie come le cere di Icaro.
E con il precipitare di Lucrezio e Ovidio si disperdono al vento
trama e ordito della filosofia delle Lezioni.
| 4.3
Dalla parte di Piaget |
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Anche Piaget indaga le radici
biologiche delle strutture mentali, ma a differenza della tradizione
razionalista di Cartesio e di Leibniz su cui s’innesta Chomsky,
egli non pone nessun limite verso il basso, non pianta nessuna
palina tra l’animale e l’uomo.
Definisce il comportamento come «l’insieme
delle azioni che gli organismi esercitano sull’ambiente
esterno per modificare gli stati e per cambiare la propria situazione
in rapporto ad esso»: come tale esso è identificabile
e studiabile obiettivamente in tutte le specie animali, indipendentemente
dalle possibili speculazioni sul rinvenimento in talune di esse
degli inizi di funzioni rappresentative e semiotiche. La stessa
concezione generale che Piaget ha dell’intelligenza coincide
del resto con questa apertura verso il basso del campo psicologico.
Se l’intelligenza non è una facoltà, ma è
strutturata su livelli assai diversi quanto alle sue competenze,
è impossibile rinvenire per essa un limite netto e definito
verso il basso. (G. Bocchi, M. Ceruti, Disordine e costruzione,
Feltrinelli, Milano 1981, pp. 267-268.)
La sua è una psicologia delle condotte.
Laddove un soggetto esibisce dei comportamenti, si è in
presenza della possibilità di una loro trattazione dal
punto di vista psicologico, indipendentemente dal fatto che esso
possegga una rappresentazione di tali condotte, che esibisca una
funzione semiotica.
Piaget riconosce «una notevole base innata
per tutte le attività del soggetto», ma solo di tipo
«funzionale, relativa cioè al funzionamento dell’organismo
biologico nel suo insieme e dell’apparato neuronico in particolare».
Per i contenuti specifici, per le abilità, comprese le
competenze logico-matematiche per le quali lo stesso empirismo
logico riservava il privilegio di una teca innata, non esiste
nessuna preformazione nel genotipo «che il successivo processo
di sviluppo porterebbe poi a maturazione». (Ivi, p. 219)
Nemmeno l’istinto, quell’oggetto
tracciato dal cogito per separare antropocentricamente il suo
da ogni altro comportamento, è affidato esclusivamente
a strutture innate. Anche gli atti comportamentali più
rituali («corteggiamento, edificazione del nido»)
richiedono un adattamento non prevedibile del comportamento di
un individuo a quello degli altri individui coinvolti. «Ogni
diversa applicazione di uno schema istintuale è sempre
un’estensione». (Ivi, p. 271)
Si danno degli schemi assai generali applicabili
ad un gran numero di situazioni, sui quali se ne innestano altri
più specifici e più ristretti, secondo una modalità
osservabile anche nel neonato, «allorché esibisce
riflessi generali di postura, prensione, ecc., sulla cui base
costituisce e coordina gli schemi particolari da applicare alle
situazioni specifiche». (Ibidem)
«Nel fanciullo i vari schemi particolari
sono tutti costruiti e solo per i riflessi più generali
si può parlare di innatismo, nell’animale la programmazione
genetica agisce in misura molto maggiore» (Ivi, p. 272).
Ma anche per l’animale si può parlare
di capacità di evoluzione e di apprendimento degli schemi
più specifici, perché sono questi a mediare i rapporti
fra il soggetto, gli altri individiui e l’ambiente. In ultima
istanza, quindi, la flessibilità di certi schemi riveste
sempre un elevato valore adattativo. Rispetto a tali processi
i fattori innati e quelli acquisiti non appaiono quindi operare
secondo strategie differenti e sconnesse nella produzione delle
strutture cognitive, bensì combinarsi dialetticamente nella
loro costituzione, sia pure in diversa misura a seconda dei differenti
livelli. Nella freccia dell’evoluzione è però
riscontrabile una direzione ben precisa dal predominio dell’innato
a quella dell’acquisito. (Ibidem)
Piaget non si ferma alla continuità animale-uomo.
La sua ricerca delle radici biologiche della conoscenza è
insaturabile come il sinus inexplebilis di Giordano Bruno. L’istinto
animale e il comportamento, posti in generale «come livelli
di base dai quali poi procedono i vari sviluppi psicogenetici»,
«possono venir considerati anche come punto d’arrivo
di sviluppi puramente organici e fisiologici». (Ivi, p.
272)
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Dire
che un passero ha bisogno di fuscelli di paglia e di vari
materiali per costruire il nido o che una lumaca ha bisogno
di calcare, ecc., per costruire il guscio, significa esprimere
in entrambi i casi la necessità di incorporare degli
elementi esterni nella costruzione delle forme organizzate.
Soltanto, nel secondo caso si tratta di una forma organica
e l’assimilazione è fisico-chimica, relativa
dunque a un “ciclo”. Nel primo caso, al contrario,
si tratta delle forme di comportamento o delle forme imposte
da esso ad un piccolo settore dell’ambiente esterno:
l’assimilazione dei fuscelli di paglia alle forme
dell’attività di nidificazione non è
allora che funzionale ed in tal caso parliamo di assimilazione
ad uno schema. Ma in entrambi i casi vi è assimilazione
dell’ambiente ad una forma costruita dall’organismo,
dunque assimilazione nello stesso senso generale. (J. Piaget,
Biologie et connaissance, Gallimard, Paris 1965,
pp. 251-52, sta in G. Bocchi, M. Ceruti, Disordine e
costruzione, cit., p. 272) |
«Fra le assimilazioni
di tipo materiale e strutturale proprie dei cicli e quelle funzionali
proprie degli schemi» si pongono dei livelli intermedi.
La reattività del sistema nervoso può essere considerata
una di questi.
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Una
volta costituitosi il sistema nervoso si può considerare
in maniera assai generale la reattività (eccitazione-effezione)
come una forma di transizione fra i due tipi di assimilazione,
fisiologica e cognitiva. Non c’è più
assimilazione nel senso di semplice assorbimento di sostanza
o di energia, poiché lo stimolo non è l’ingrediente,
ma l’innescatore dell’attività interna
e viene così assimilato solo in quanto elemento funzionale.
Ma questa non è ancora un’assimilazione cognitiva
giacchè questo innesco è ancora causale invece
di essere percepito come significativo, mentre diviene cognitivo
nella misura in cui si differenzia questa significazione
percettiva. (J. Piaget, Biologie et connaissance,
cit., pp. 306, sta in G. Bocchi, M. Ceruti, Disordine
e costruzione, cit., p. 273) |
Questo
significa […] mettere in risalto i caratteri attivi e costruttivi
dell’organismo e quindi indirettamente del soggetto tout
court. D’altra parte le strutture dell’organismo
sono limitate e l’ambiente vi si pone davanti in una varietà
di situazioni diversissime e non direttamente prevedibili. Ai
fini di un’adeguata sopravvivenza l’organismo deve
allora possedere delle capacità di modificazione delle
proprie strutture in relazione alle modifiche dell’ambiente,
e questa capacità viene definita come funzione di accomodamento.
In maniera molto generale Piaget considera l’adattamento
come funzione biologica fondamentale. Il fatto che gli organismi
sopravvivono, ed anzi si evolvono e diventano sempre più
complessi, dipende dal fatto che si trovano inseriti ed equilibrati
nell’ambiente in cui vivono, secondo processi diventati
centrali a tutta la ricerca biologica da Darwin in poi. L’ipotesi
fondamentale di Piaget è allora che l’adattamento
può avvenire se e solo se il rapporto fra l’organismo
e l’ambiente riesca a stabilire un equilibrio tra la funzione
di assimilazione e quella di accomodamento. Dato che le strutture
iniziali di un organismo non sono atte ad assimilare tutte le
situazioni ambientali e dato che, d’altra parte, esiste
un limite genetico alle loro capacità di adattamento, questo
equilibrio non è di natura statica. Il progresso adattativo
è la storia di equilibri spezzati e ricostituiti fra assimilazioni
ed accomodamenti parziali, che tendono a disporsi in cicli causali
retroattivi. Quando questi cicli non riescono a costituirsi vi
è dispersione dell’organizzazione; se invece si costituiscono
ne deriva una tendenza alla ricostituzione dell’equilibrio
su piani sempre più stabili e compiuti. Secondo Piaget,
è proprio questo meccanismo il nucleo dei processi evolutivi,
sia filogenetici che ontogenetici. (G. Bocchi, M. Ceruti, Disordine
e costruzione, cit., p. 273-74)
È evidente perché abbiamo insistito
su Piaget. Piaget non solo è genericamente in linea con
la filosofia della continuità che impregna le Lezioni,
ma nutre il nucleo duro della Consistency nel senso che
le sue conclusioni fanno da fondamento scientifico della Consistency.
Le sue conclusioni estendono il ragionamento della Visibilità,
allorché con Giordano Bruno e Douglas Hofstadter si definivano
la profondità dei processi mentali (Cfr. A. Piacentini,
Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 417 e ss.). Piaget
spinge il discorso ancora più in là, appoggiando
questi processi su una base biologica che attraversa gli altri
esseri viventi e i processi fisico-chimici. Il suo ragionamento
estende secondo una progressione ascendente e discendente nel
contempo l’arco della Visibilità. Ascendente
in quanto ne sviluppa il ventaglio e discendente in quanto si
spinge ancora più in profondità di Bruno e Hofstadter
fino a raggiungere i processi biologici che fanno da base sia
ai processi neurali, sia alle immagini da essi prodotti. Il pensiero
di Piaget, portato in superficie come quello di Bruno e di Hofstadter,
o lasciato tra le pieghe come quello di Prigogine nella Molteplicità,
non può non essere una fonte necessaria della Consistency.
È in perfetta simmetria con il movimento discendente che
ha “abbassato” le immagini piovute dal cielo del Purgatorio
dantesco prima fino al sinus di Giordano Bruno - profondo tanto
quanto estesi sono gli spazi infiniti che è capace di immaginare
- e poi ai processi dei circuiti mentali di Hofstadter (Cfr. ivi,
pp. 417 e ss). Il costruttivismo di Piaget va ancora più
in profondità di Bruno e Hofstadter: si estende alle vie
intermedie tra gli schemi mentali e i cicli biologici e da questi
si spinge fino alle strutture dissipative per ricomporre una continuità
tra i processi fisico-chimici, le forme più elementari
della vita e le espressioni più elevate del pensiero. Piaget
fornisce una base epistemologicamente rigorosa alla continuità
tra natura e cultura, tra passato e presente, tra cose e animale,
tra animale e uomo. Con Piaget il quadro mitologico delle Lezioni,
si trasfigura in quadro epistemologico. La Consistency
in modo simmetrico all’Esattezza fornisce le basi
epistemologiche alla Visibilità come l’Esattezza
alla Leggerezza. Tout se tient. (Per la distinzione
tra quadro “mitologico” e quadro “epistemologico”
cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit.,
p. 326-327)
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